Apologia di Socrate

Odiseea infinita - Enzo Decaro

Dall’Opera di Platone

Adattamento e Regia ALESSANDRA PIZZI

Spettacolo realizzato per il 72° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza

Compagnia ERGO SUM

Fra tutte, l’opera di Platone, L’Apologia è certamente la più ricca d’informazioni riguardanti il pensiero di Socrate. L’opera appare come un’incondizionata difesa da parte dell’autore, Platone, della figura e dell’insegnamento del suo amato maestro, davanti quelle gravi accuse che lo avevano portato al processo, la cui causa va certamente rintracciata nell’errata interpretazione del suo pensiero. Sebbene Socrate avesse avuto inizialmente alcune possibilità di scelta, per evitare la pena di morte, ammettendo la propria colpevolezza e andare in esilio, egli scelse di non tradire i propri ideali. Nel 399 a. C, dopo aver affrontato il processo, Socrate fu condannato a morte.

Durante il processo a suo carico Socrate non mette in discussione le leggi, ma soltanto l’errore giudiziario di cui è vittima. Ma la sua sorte non lo autorizza a tradire i patti con la sua coscienza. Avrebbe potuto scegliere di non continuare a esporre in pubblico le sue dissertazioni, o di fuggire, ma se lo avesse fatto in ogni caso non avrebbe onorato la sua parola. Un errore giudiziario, quindi, con un processo finito con le condanna a morte, che ricorda quelli ai cui tanto la storia e la cronaca di hanno abituati, e che rievoca, anticipandolo, il più grande errore contro un innocente commesso dall’umanità, e che trova la sua forma più espressiva nell’icona della crocifissione. .  

La riduzione drammaturgica rispetta l’originalità del testo platonico per raccontare una vicenda umana, che è quella di molti: di chi ogni giorno è soggetto al giudizio e allo scherno della folla, perché “diverso”, e di chi sotto il peso di un’accusa infamante errata ha perso la vita. La giuria popolare che condannò a morte Socrate, aveva cinquecento cittadini, e sappiamo che fu sempre la folla a scegliere di liberare Barabba. Quella stessa che oggi, a distanza di oltre 2000 anni da quegli errori, quando non può capire, preferisce condannare.

La rappresentazione ruota attorno al dialogo tra Socrate e se stesso, oltre la presenza degli accusatori. A Socrate ciò che importa non è dimostrare agli altri la propria onestà, ma restare coerente con se stesso, nonostante le interferenze esterne.

La ricerca della propria verità diventa più importante della prova della propria innocenza, perché di fronte ad una falsa accusa non restano che due strade: infrangere le leggi e quindi essere asserviti a quello stesso sistema che condanna, oppure diventare migliori di se stessi. Socrate scegli la seconda, sino a sublimare il suo pensiero non alla ricerca della verità oggettiva, ma della bellezza soggettiva che trova nella coerenza del pensiero.

Un uomo, quindi, che intraprende uno scambio dialettico con la propria coscienza, e un coro che simboleggia si la folla degli accusatori, ma soprattutto porta omaggio alle vittime degli errori giudiziari: da Gesù a Sacco e Vanzetti, attraverso una serie di vite a cui la ricerca del capro espiatorio ha tolto la voce.

“…. Ma è già l’ora di andarsene, io a morire, voi a vivere, chi dei due però vada verso il meglio è cosa oscura a tutti, meno che a Dio”, furono queste le ultime parole che Platone fa pronunciare a Socrate prima di morire.

“Io sono innocente, spero con tutto il cuore che lo siate anche voi”. Furono, queste, le parole di Enzo Tortora ai suoi giudici di appello…

Perché la storia insegna a non dimenticare.